Grabby, di Thomas Scremato



{recensione di Paolo Di Paolodipaolo}

A volte, leggendo un libro, hai la sensazione che l’autore stia esagerando. Te ne rendi conto perché senti che qualcosa, non so esattamente cosa, ti spinge fuori dalla narrazione, ti costringe a guardarti attorno quanto basta per ritornare alla realtà. È una sensazione strana, a suo modo ingiusta. È come se in discoteca all’improvviso spegnessero la musica.
Il fatto è che scrivere significa anche esercitare un controllo continuo dei propri limiti, ma soprattutto dei limiti che la narrazione ti impone. È una cosa difficile, si può sbagliare. E molti, infatti, sbagliano. Ci sono certi libri che nell’esagerazione trovano volontariamente il proprio senso, come quasi tutti quelli di Thomas Bernhard o come L’opera struggente di Dave Eggers, e certi altri che nell’esagerazione trova involontariamente il proprio senso. Questi ultimi fanno categoria a sé. Sono quei libri i cui autori non sono per niente consapevoli di quello che stanno facendo e sbagliano così tanto la mira che possono arrivare a suscitare nel lettore reazioni non previste.
Grabby, di Thomas Scremato, è uno di questi.
Non c’è nessun segnale del fatto che l’esagerazione, discontinua, sia funzionale alla narrazione. Quella che si racconta, in questo libro, è la malinconica storia di un adolescente di provincia che scopre di essere nero. E uno qui pensa: dai, è metaforica, è ironica, è surreale. No, è la malinconica storia di un ragazzo che, malinconicamente, tristemente, passando attraverso una crisi che lo porterà al mutismo, si rende conto che il colore della sua pelle è “AAAAAAAH DIVERSISSIMO DALLA MEDIA!!!” (il maiuscolo non è mio e sono le parole che usa Grabby di fronte allo specchio).
Fin dalle prima righe c’è qualcosa nel tono del narratore, Grabby stesso, che non funziona. «Ti racconto questa storia, porcone di merda, da sopra il cielo e da sotto terra, fumando poco in entrambi i casi». «Non ti devo niente, troia!» dice Grabby a suo nonno, poche righe dopo.
I personaggi parlano tutti alla stessa maniera, spesso dicendo frasi sconnesse: «Io ai senzatetto gli cago in mano, Mary» dice il fratello minore di Grabby a Grabby, chiamandolo Mary (non si capisce perché), dal nulla. La parola “roboante” è presente almeno 49 volte, quelle che ho contato prima di stufarmi. «Per me un roboante panino».
Gli aggettivi sono usati a caso. «Valanghe di montagne contadine vicino alla città particolare in cui sono nato», oppure: «Scendo le scale e raggiungo il pozzo perfetto che sta nel centro distante del giardino», o ancora: «Il resoconto sembrava il carismatico delirio di un pazzo ribaltante».
E poi le frasi sconnesse, senza punteggiatura, con continui slittamenti di soggetto: «Si guarda attorno c’è solo la tristezza che abbiamo», «Non sono io a dovertelo dire con tuo padre senza il tempo», «Tiro la palla contro il canestro che mi dava la rivincita se glielo chiedevi due prepotenze insieme».
Il fatto è che ridi. Tantissimo. In certi casi fino alle lacrime. E sai benissimo che non era nelle intenzioni dell’autore, però devi registrare l’effetto e, nei limiti del possibile, sospendere il giudizio “letterario” e goderti l’esperienza. Almeno, io mi trovo bene così.
[Thomas Scremato, Grabby, Metano Butano editore, 2011, 15 euro]
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