Uni-posca

Ho sempre invidiato chi sa ruttare a comando, quelli che gli dici «dài, di’ figlio di puttana col rutto» e loro: «UIUO UI UOUANAAA!». Mi è sempre sembrato che poter ruttare quando vuoi, con l’intensità e la durata che preferisci, ti desse una marcia in più, come avere le lentiggini, essere alto due metri o essere ebreo. Ruttare a comando ti colloca a metà tra la consapevolezza («rutto quando voglio») e l’inconsapevolezza («ah, che figata far ridere la gente coi miei rutti!»), tra la maturità e la naturalezza, tra il controllo e lo spreco, che è esattamente il posto dei vincenti, dei fighi e degli eroi.
Ogni tanto mi capita di ruttare, per sbaglio, quando qualcosa mi è andato giù storto o ho mangiato troppo di fretta. Esce fuori un rantolo, secco e veloce, e poi si scatena l’imbarazzo mio e di chi sta attorno. Perché chi sa ruttare a comando genera entusiasmo e divertimento, chi non lo sa fare genera imbarazzo e fastidio.
Ecco, io penso che tutto quello che è successo a dicembre nelle università di tutta Italia, e fuori, corrisponda al rutto che mi esce per sbaglio dopo la carbonara e una doppio malto. Ha tutte le caratteristiche del rutto fatto per la gioia dadaista di produrre del rumore col proprio corpo (la durata, l’intensità, persino la frizzantezza), ma si vede che qualcosa non torna. È solo una pallida imitazione delle reali potenzialità di un rutto fatto con reale consapevolezza.

Ho venticinque anni, sto per finire l’università, sono nato a Venezia ma da qualche anno vivo a Torino. Appartengo a tutti gli effetti a quella generazione che un fantasioso giornalista di Repubblica (non trovo il video), con uno sconvolgente guizzo linguistico, ha chiamato “Generazione P”, dove P sta per “precariato”, nel senso più ampio del termine. Quindi ho voce in capitolo.
A dicembre pur essendo sinceramente interessato (ci mancherebbe!) a quello che mi accadeva intorno, non ho partecipato a nessuna manifestazione. Non ho dato una mano a scrivere gli striscioni, non ho passato tarde serate a preparare cartelli ironici, non sono andato alle cene sociali, non ho sborsato una lira per i costi vivi delle manifestazioni, non ho picchettato, non ho occupato. L’unica cosa che ho fatto è stata andare a qualche assemblea. O meglio: è stato proprio andare alle assemblee che mi ha convinto a non prendere parte a nessuna iniziativa.
La goccia che ha fatto traboccare il vaso è stata l’assemblea del 30 novembre 2010, improvvisata subito dopo la votazione del ddl alla camera. Erano le nove di sera, e tutta la gente presente nell’atrio di Palazzo Nuovo a Torino (cioè il palazzo universitario che non è il Politecnico) aveva passato la giornata a bloccare caselli autostradali, strade e stazioni dei treni. Di fronte alla effettiva eccezionalità della situazione la quindicina di persone che ha preso parola nell’arco della successiva ora e mezza non ha fatto altro che autocompiacersi per quello che era stato fatto, dicendo cose del tipo «dobbiamo continuare a lottare», con interventi lunghissimi e senza il minimo contenuto. Solo forma. Badilate di forma e di retorica. Il pubblico - sì, il “pubblico” perché mi guardate così? - applaudiva per tutto, a caso, perché era giusto applaudire.
(«Era da anni che non succedeva una cosa del genere»).

Potete trovare un buon esempio di quella retorica nella puntata delle Invasioni Barbariche a cui ha partecipato una certa Elena Monticelli, studentessa della Sapienza. Non escludo che Elena Monticelli abbia pensato che andare in televisione a dire delle cose fosse un’occasione per il movimento (perché in fondo la gente è scema, no? Se sente le cose in tv poi ci crede. Approfittiamone!). Il risultato è stato ricevere un paio di metaforiche pacche sulle spalle da Roberto Vecchioni. Roberto Vecchioni. Roberto Vecchioni. Roberto Vecchioni.
Anche il ragazzo che è stato aggredito verbalmente da La Russa ad Annozero è un buon esempio: non te ne rendi conto subito - anzi nella prima parte si è comportato molto bene - ma dopo un po’, quando anche lui perde il controllo.
C’è una perfetta sovrapposizione tra il linguaggio della rivolta e il linguaggio giornalistico. Il «ci rubano il futuro!» urlato ovunque - a cazzo, come se il futuro fosse una cosa che esiste sul serio e per la quale valga la pena protestare; come se il presente non valesse la pena - viene ripreso dai giornali in maniera naturale e scontata, un normalissimo passaggio di testimone. Su Repubblica si parla di «giovani senza futuro», di riscatto delle nuove generazioni, di “futuri rubati”, di rinnovamento. Poi, venti pagine dopo, un approfondimento su Leopardi e la sua tardiva passione per i gelati.
Se mi trovassi un giorno, quando sono incazzato, a parlare la stessa lingua dei giornali, se scoprissi che il linguaggio della mia rabbia e della mia indignazione ha, tecnicamente, le caratteristiche accettabili per finire in prima pagina su Repubblica o sul Corriere, ancora prima di chiedermi se sono i giornali ad imitare me o io ad imitare loro, mi verrebbe istintivo chiamare S. G., un amico di Mestre famoso in tutta la città per i suoi rutti, e gli chiederei di dirmi «precarizzazione» con un rutto.
«UEUAUIUAZIOUE!»
Il fatto è che le azioni non sono la sola cosa importante: c’è anche il linguaggio, il modo. Anzi, la maggior parte della nostra vita è linguaggio: la politica è linguaggio, l’amore è linguaggio, l’arte è linguaggio. E il linguaggio della Generazione P (brrrrrr…) è purtroppo il linguaggio di una generazione che accetta, e con orgoglio, di essere chiamata “Generazione P” da un giornalista cinquantenne di Repubblica. Un linguaggio ereditato dalla generazione precedente, quella che scrive nei giornali più tromboni e nei libri con l’autore in copertina, che tiene la stanghetta degli occhiali tra le labbra: anacronistico, nostalgico, vittimista, citazionista, lento ed elitario. In un parola: noioso.
Io, a tutti gli effetti, il 30 novembre 2010, dalle 21.00 alle 22.30 ho perso un’ora e mezza del mio tempo ad annoiarmi, ascoltando un manipolo di attori della mia età recitare la loro parte di gente che non ha nulla da perdere, arrabbiata, pronta a tutto e disperata, perché così voleva il copione. Gente felice, piena, in stato di grazia, per il fatto che tutta la nazione avesse finalmente saputo quanto cazzo siamo sfigati. Bella roba. È un po’ il meccanismo secondo cui, il sabato sera con gli amici, meno reggi l’alcol più figo sei.

Ecco, sostanzialmente il (mio) problema è che io non appartengo a tutto questo. Mi dispiace? No, perché tutto questo - tutto quello che ho sommariamente tentato di descrivere - è in larga parte merda, anche se composta da ventenni che tentano di reagire allo stato pietoso delle cose.
Naturalmente i fatti di dicembre non si esauriscono solo in questa roba qui. C’è dell’altro, c’è del bello, e forse qualcosa si è veramente mosso (a cominciare, egocentricamente, dal fatto che sono sei anni che penso queste cose e non ho mai avuto realmente voglia di dirle come in questo momento), e non voglio fare quello che la sa lunga, anche se così può sembrare.
Ora il copione prevede che qualcuno chieda: ma perché queste cose non le vai a dire in assemblea? Risposta: perché in assemblea non mi ascolterebbero. Domanda: chi te lo dice? Risposta: il fatto stesso che tu non abbia escluso al 100% la possibilità che non mi ascolterebbero.
In altre parole: sarebbe l’ennesimo «proviamoci», che nasconde il solito meccanismo mentale secondo cui «tentare non costa niente, almeno ci hai provato», nella variante «meglio aver fatto qualcosa piuttosto che non aver fatto niente», che è lo stesso modo di pensare, ad esempio, di chi da decenni organizza cene a base di cibo nordafricano, banane, negroni che suonano le congas, narghilè per parlare amabilmente, spinellino sul retro per farsi due risate, senza spostare di un millimetro la stanghetta che separa il razzismo dall’antirazzismo. Quindi, il buon senso mi fa dire: col cazzo che vado a dire queste cose in assemblea! L’unità di misura di queste cose è il tempo: e il mio tempo, il mio tempo libero, vale molto di più.

Qualcun altro potrebbe dire: questo atteggiamento è dannoso per il movimento. Cosa ti costa partecipare anche se non ti piace la forma? In fondo la causa è una buona causa, no?
Uno: non mi sembra si possa parlare di movimento. Due: non motiverò questa affermazione. Tre: la forma e il contenuto, anche se a volte torna comodo separarle (l’ho fatto poche righe più su, quando ho parlato di azione e linguaggio) sono la stessa cosa, e non l’ho scoperto io (se l’avessi scoperto in questo momento stareste studiando sui miei libri): se mi chiami “compagno”, se mi dici che questo “è il paese delle banane”, se chiami Berlusconi “psiconano” cercando la mia accondiscendenza, se parli dello stato delle cose in modo vittimistico, se scrivi e dici “lorsignori” o “padroni” mi stai dicendo un mucchio di cose sul tuo conto, sul tuo modo di pensare radicalmente logoro pigro e codardo, che non condivido, a cui seguiranno atteggiamenti e azioni che non condividerò perché imbevuti della stessa retorica noiosa, passatista e vittimistica. Dire che ci rubano il futuro e che siamo una generazione destinata al precariato in tutte le sue forme per “colpa loro”, è controproducente, perché si limita a identificare alla bell’e meglio dei nemici incolpandoli in maniera imprecisa e sciatta, perché non vuol dire nulla, perché è banale, perché allontana quelli che la pensano diversamente da te o che non ne sanno niente, perché non tiene conto delle sfumature, perché è una formula che parla il linguaggio di una minoranza cresciuta tra le pagine del Nuovo Politecnico dei genitori, perché si limita ad accusare senza proporre, perché non è accattivante: personalmente non mi va di far parte di un gruppo che si lamenta in coro, consolandosi sulle note dei Modena City Ramblers o della Bandabardò: mi deprime ancora di più, mi toglie le forze, mi rende inerme e inoffensivo. Quattro: la causa. Quale causa? Bloccare la Gelmini? Spazzare via il precariato? Risolvere il disagio? Mandare a casa Berlusconi? Emancipare i giovani? Fare un nuovo ‘68 per poterlo raccontare ai figli? Prendere consapevolezza delle cose? Diventare i protagonisti del disegno di un futuro migliore? Tutto assieme, tanto è roba buona?
Non penso che il “movimento” sia in cattiva fede. Se lo fosse, sarebbe tutto più chiaro: avrei un nemico da combattere (il “movimento” stesso), al posto di un fratellone idiota da prendere a sberle. C’è invece tanta pigrizia mentale, tantissima, solo che si maschera bene dietro all’esuberanza organizzativa o addirittura fisica.
Il punto non è giudicare me, ma capire quanta gente c’è che la pensa come me, all’interno di quel folto gruppo di persone che non partecipa alle iniziative e alle manifestazioni. La mia impressione è che il “movimento” non tenga minimamente in considerazione il “non-movimento”, liquidandolo come masnada di egoisti terrorizzati dall’idea di finire fuori corso, di fascisti o di ricchi sfondati, facendo finta che non esista. Per quanto mi riguarda sono già fuori corso, non sono fascista, non sono ricco sfondato.

Questa valanga di roba che ho detto è sostanzialmente la solita solfa sul rinnovamento che non c’è, nemmeno nei luoghi da cui il rinnovamento dovrebbe promanare. E sinceramente non credo ci sia tanto da discutere («il dibattito nooo!» - è un film vecchio, perché non lo tiene in considerazione nessuno? Ehi, generazione P, dico a te!). Ognuno la pensa come vuole e fa quello che vuole. Amen. Se non funziona ne pagheremo tutti le conseguenze.
Per quanto mi riguarda se c’è da discutere di rinnovamento vuol dire che c’è roba vecchia da buttar via per fare spazio a quella nuova. O, per essere più precisi, vuol dire rispettare il modo in cui il nuovo interpreta o decide di lasciar perdere il vecchio, a prescindere.
Per questo ho deciso di fare una cosa, qui, su Maciste.
Maciste resta quello di sempre, cioè un ricettacolo di puttanate e ironia radical chic da stronzi al limite della legalità, intervallato ogni tanto da qualcosa di completamente diverso. Nei prossimi giorni, in un post breve, spiegherò di cosa si tratta.
HASTA UA UITTOUIA SIEEMPRUUUEE!
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manifestazioni dicembrine,...sentire meno solo....meno solo....
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favedifuca said:
Condivido solamente il disprezzo per quelli che usano termini come “psiconano” e suoi derivati e il rispetto per coloro che sanno ruttare a comando. Arte che modestamente padroneggio con sufficiente sicurezza.
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maciste posted this