Cinquant’anni fa moriva Gianvito Gargamella

L’ultracentenario nato a Nizza che strinse la mano a Garibaldi e morì davanti a un flipper
di Sara Bonami
Una ruga profonda che gli taglia il viso in due parti è l’immagine che ci restituisce nella maniera più nitida il senso della vita di Gianvito Gargamella, nato a Nizza nel 1859 e morto cinquant’anni fa a Genova. Graziella Gargamella, la nipote novantacinquenne che ha ereditato le foto del vecchino più longevo degli anni Sessanta, si commuove di fronte al ritratto del nonno. Il volto di Gianvito… diviso in due come la sua vita, che ha attraversato gli anni cruciali del nostro Paese, dalle carrozze alle prime Cinquecento, con la sua proverbiale leggerezza e la sua instancabile curiosità.
«La sua casa distava centocinquanta metri da quella di Peppe [Garibaldi, ndr]. Una mattina, mentre andava in fabbrica (a quell’epoca a 8 anni già si lavorava) vide Garibaldi per strada e gli corse incontro, urlando. Garibaldi invece di cacciarlo via con un ceffone gli diede la mano e gli regalò una moneta».
Una vita indaffarata, quella di Gianvito. Dal sostegno a Depretis all’esperienza coloniale in Eritrea; poi il trasferimento a Torino, dove venne assunto alla neonata Fiat come addetto alla pressa e dove lavorò per dieci anni, fino al 1915. Quando l’orrore della Prima Guerra Mondiale gli strappò due dei quattro figli, Gianvito decise di fuggire in Portogallo, con la famiglia, dove visse fino al 1948. Ritornato in Italia, scelse di stabilirsi a Genova. «Genova gli piaceva» racconta Graziella, «Diceva che era la giusta via di mezzo tra la Nizza della sua infanzia e l’amatissimo Portogallo». Al Molo se lo ricordano ancora. C’era chi pensava fosse un santo, per via dell’età e della straordinaria forza d’animo.
La sera in cui morì si era fatto accompagnare dal figlio Antonio, il padre di Graziella, al bar di Piazza Matteotti. Quella sera c’era un varietà natalizio con Walter Chiari e il bar era pieno. L’unico spazio libero per la sedia a rotelle era vicino al flipper e Gianvito si fece mettere spalle al televisore per poter guardare quello strano aggeggio. «Chiamava i polipetti “caramelle”» racconta Graziella, «fece cenno a mio padre di portagliene due, perché aveva la bocca secca, e quando mio padre tornò col piattino lo trovò privo di sensi, con la testa reclinata da un lato e una moneta in mano.»
Stasera, alle 21.00, le campane del duomo di Genova suoneranno per ricordarlo.
(Questo articolo è apparso sul “Secolo XIX” di oggi)
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