Pentolini

Mi sembra che l’unica domanda sensata da porsi a distanza di qualche giorno dagli scontri del 15 ottobre sia questa: come ci si dissocia, nella pratica, dai violenti?
Prima di rispondere - e, avviso, la risposta sarà goffa e ridicola, ma me ne frego - bisogna capire perché è così difficile dissociarsi. Secondo me ci sono due motivi fondamentali, uno di ordine pratico, l’altro di ordine etico.
Il primo motivo si spiega in fretta. Ed è la paura che noi abbiamo dei violenti. Ovunque si tenti di organizzare una manifestazione di dissenso c’è sempre una frangia violenta minoritaria che tenta di avere il sopravvento su una frangia più tranquilla e maggioritaria, e per ottenerlo è disposta a mettere in campo l’unica cosa di cui è capace: la violenza verbale e fisica, corollario dell’incapacità di comprendere punti di vista diversi dal proprio e delle pretese di assolutismo (“noi non abbiamo niente da perdere”) del proprio stile di vita. Non è una violenza particolarmente raffinata: è qualcosa che si avvicina molto all’intimidazione squadrista e si basa sulla voglia di menare per il gusto di farlo. Ma è proprio per questo che funziona su di noi che siamo persone che ci restano male se a una lucertola si stacca la coda.
Il secondo motivo è più complesso. Oltre ai violenti e ai non violenti ci sono Quelli che stanno in mezzo. Quelli che stanno in mezzo sono quelli che pensano che c’è un momento in cui la violenza è inevitabile. Il fatto che quel momento, poi, non arriva mai è un discorso che qui non ci interessa. Ci interessa invece che Quelli che stanno in mezzo pensano, sotto sotto e in maniera tristemente comprensibile, che sia più probabile che l’Italia si rialzi con una guerra civile piuttosto che sbattendo pentolini con un mestolo; e riguardo alla degenerazione di sabato scorso non riescono ad avere una posizione netta perché interpretano quegli scontri come il primo segnale di qualcosa di più grande.
A Quelli che stanno in mezzo vorrei dire che gli scontri del 15 ottobre non c’entrano niente con un’eventuale guerra civile, e non sono segnale di nulla, se non di una grossa dose di idiozia da parte di chi vi ha partecipato. Non si ha una guerra civile quando ragazzi con la faccia incazzata danno fuoco a una macchina, ma quando tuo padre sessantenne, con gli occhi spalancati, esce di casa armato e insieme a lui ci sono anche i tuoi vicini di casa. Sono due cose molto diverse, ed è sbagliato considerare la violenza come qualcosa di uniforme, condivisibile o meno, così come è sbagliato tacciare di incoerenza (ehi, Wu Ming, parlo a voi!) chi dopo essersi entusiasmato per le rivolte egiziane ha condannato gli scontri del 15 ottobre.
Nota. A questo proposito c’è un argomento che ho sentito tirare in ballo in questi giorni qui a Torino. Quelli dell’Askatasuna (CSO di Torino, che sul Corriere hanno appoggiato gli scontri di Roma dichiarando di averne preso parte) sono anche quelli che fanno resistenza assieme ai No Tav e pertanto condannare la violenza del 15 ottobre vuol dire schierarsi automaticamente contro i No Tav. Ammesso e non concesso che la resistenza dei No Tav - che condivido - si stia rivelando efficace grazie alla violenza messa in campo (può essere, ma non ci giurerei: non lo so) ancora una volta è sbagliato fare di tutta l’erba un fascio, mettendo sullo stesso piano una resistenza con un obiettivo preciso e una resistenza simbolica condivisa a livello mondiale.
Quindi, come ci si dissocia dai violenti?
Non ci dissocia né verbalmente né testualmente, perché non si tratta di persone disposte al confronto o all’autocritica. Le parole con loro non servono a niente.
L’unico modo per dissociarsi allora è distinguersi da loro. Cioè mostrandosi, facendosi vedere, come qualcosa di completamente diverso, convincendo Quelli che stanno nel mezzo che da questa parte si cerca di ragionare e che è bello mettersi a ragionare. E l’unico modo per mostrarsi come qualcosa di diverso è rinnovare il linguaggio delle manifestazioni non violente, che sono sempre uguali a se stesse, sempre più tristi e sempre più pallide. Rinnovarlo a partire (ripeto: a partire) dalle cose più piccole. Non mi sembra sufficiente che un corteo non violento si differenzi da un corteo di sinistra solo per l’assenza di bandiere.
L’attenzione dei media fa la differenza. Per attirarla bisogna cercare di essere originali, dare ai giornali delle notizie e soprattutto delle immagini che permettano ai loro siti di avere una grossa quantità di accessi e dare alle televisioni delle immagini televisive, semplici e in qualche maniera spettacolari. Ci sono i flash-mob (quelli fighi, quelli di Improv Everywhere, per capirci) da cui prendere ispirazione o da copiare spudoratamente. C’è la musica, che non dev’essere quella che dà lezioni di vita (Fratelli di Soledad, Modena City Ramblers e compagnia) ma che può essere musica bella, quella che ci piace ascoltare e non quella che ci sentiamo in dovere di ascoltare perché siamo a una manifestazione. Basta trovare un dj che metta gli stessi dischi che utilizza per stimolare la ghiandola pineale degli hipster.
Bisogna professionalizzarsi. Fare le cose bene. Essere seri. Bisogna giocare un po’ con l’immaginario. Esempio, se quelli iniziano a pestare si mette su l’overture della Gazza Ladra. State tranquilli che un giornalista che si mette a masticare giochi di parole con Arancia Meccanica per la colonna destra del sito di Repubblica spunta fuori.
Una volta ho sentito un’amica dire che siamo la prima generazione che non ha ereditato una cultura ma se l’è dovuta creare da zero. Non penso sia vero, non ancora quantomeno, ma penso che se sarà mai vero sarà bello. E penso che quello che è accaduto e continua ad accadere in America e nel resto d’Europa vada in quella direzione lì.
I violenti, li si prende per il culo. Loro si infilano il cappuccio nero e iniziano a pestare? Bene, noi infiliamoci il cappuccio nero e iniziamo a limonare duro.