Eucariota, di Gondrano Godano

                             

Ho sempre avuto l’impressione che la letteratura di genere non sia altro che un grosso insieme di libri còlti (da “cogliere”) nel tentativo di emanciparsi da se stessi. Un buon libro di genere è sempre un libro banale, con qualcosa di originalissimo. La Parte Banale è ciò che permette a quel libro di appartenere al genere, la Parte Originalissima è ciò che permette a quel libro di separarsi dal genere, nella speranza di finire in quel limbo dorato della letteratura di genere di lusso, spesso pubblicata in allegato ai quotidiani almeno una volta al decennio. 
Ma a noi, obiettivamente, di questi discorsi che cosa ce ne frega, quando abbiamo davanti un libro come Eucariota di Gondrano “goddamned” Godano (pseudonimo di Gianni Filippetti)? Non c’è dubbio che Eucariota appartenga al genere noir, e non c’è nemmeno dubbio che si tratti di una storia banale, piena di personaggi piatti e di vicende stereotipate. La Parte Banale è davvero banale, così banale che non affermare che si tratti di un noir sarebbe davvero offensivo nei confronti di quest’opera e del suo autore. Ma a noi, appunto, la Parte Banale non interessa. Se ne sta lì, sul fondo, come una radio accesa in una stazione di servizio. 
Quello che invece ci interessa è la Parte Originalissima, che nella fattispecie consta di una sola battuta ripetuta allo sfinimento, nella maggior parte dei casi (per ovvie ragioni) in presenza di una donna nuda, ma a volte anche fuori luogo, tipo in metropolitana davanti a un distributore di bevande. La battuta è: “Io quando scopo, fumo”, declinata talvolta in “Amo fumare scopando” (p. 34) o in “La cosa più triste di scopare senza fumare è fumare senza scopare” (p. 143). 
Il protagonista, Clifford, un detective sprovveduto, tutto genio e sregolatezza, con il cappello perennemente calcato sulla testa, non perde occasione per dire questa frase. Lisa, la femme-fatale, è la prima vittima. “Clifford, prendimi violentemente” dice a un certo punto (p. 66); e lui: “Merda, ho finito le cicche”. C’è una scena in cui Clifford è svenuto e viene fatalità soccorso dalla sua vicina di banco delle medie innamorata di lui da sempre, che lo porta a casa, e approfittando dello stato di incoscienza del protagonista, decide di portarselo a letto. Però la compagna delle medie di Clifford lo conosce bene e prima di sedersi sopra di lui gli infila in bocca una sigaretta accesa. 

Questa frase, per Clifford, è una vera e propria ossessione. In un paio di occasioni (p. 112 e 234) si sveglia nel cuore della notte urlando: “Io quando scopo, FUMOOO!”. 
Non c’è approfondimento psicologico. Eucariota, per fortuna, non è La coscienza di Zeno. Clifford vive questa sua inclinazione con tranquillità. Una tranquillità quasi autistica, a dire il vero, visto che non c’è in lui il minimo segno di consapevolezza: mai una volta che si renda conto di quanto questa sua esigenza incontrollabile di fumare scopando rischi di minare in maniera irrecuperabile situazione intime di delicato equilibrio, o tesi confronti verbali con delinquenti della peggior specie. Il bello di Clifford, la purezza che lo rende davvero personaggio, la sua autonomia, è questo: che lui se ha una sigaretta in bocca avrà sicuramente anche “una donna attaccata all’uccello” (p. 51); e che (espressione forzatissima): “non c’è pompino di donna cui non corrisponda un pompino di Clifford al Dio Tabacco” (p. 269). 
Gondrano Godano sa cos’è l’ironia (cosa sarebbe il noir, senza ironia?) e in un paio di occasioni felici la mette a frutto. Per esempio quando Clifford ferma un tizio per strada intento a fumarsi una sigaretta e gli dice: “Ehi, e lei dov’è?”. Oppure nel flashback in cui viene raccontata la rottura con la prima moglie, Minnie, dove Clifford dice: “Esco a comprare le sigarette” e Minnie: “Chissà come mai ho la sensazione che tornerai presto”. 
Be’, ho reso l’idea.

[Gondrano Godano, Eucariota, Einaudi Stile libero Noir, 378 p., 17 euro]