Retromania

   


Una Giornata Come Le Altre

            

David Cronenberg, pagina di diario (1976): 

«E voi la fate mai una lista degli atti penetrativi quotidiani? Stamattina ho penetrato i pantaloni del pigiama quando mi sono alzato dal letto; la scatola dei cereali con la mia mano, la tazza col mio cucchiaio, la bocca prima col cucchiaio e poi con lo spazzolino, i vestiti che mi sono messo addosso prima di uscire. Nel pomeriggio ho penetrato diverse stanze, tra cui il mio ufficio, il tabaccaio, il centro scommesse e il supermercato. Ho penetrato il tunnel della metropolitana e la metropolitana stessa, ho penetrato svariate volte le serrature di diverse porte. Ho penetrato il frigo e di nuovo la bocca con quello che mi ero preparato per cena. Ho penetrato una donna, due volte, dopo che lei aveva penetrato il bar dove l’ho conosciuta, l’interno della mia giacca quando mi ha abbracciato, casa mia, il mio letto, il mio bagno e le pantofole che le ho prestato. Poi, sognando, ho penetrato il mio cervello, e mentre lo penetravo mi è venuto in mente che durante il giorno non avevo fatto altro che penetrare penetrare penetrare tutto ciò che è fuori di me, tutto ciò che mi sta attorno, tutto ciò che io e voi normalmente chiamiamo Una Giornata Come Le Altre. E ora ditemi, voi la fate mai una lista degli atti penetrativi quotidiani?» 


Condizioni


Cassetti

                  

Leonardo DiCaprio su “GQ”:

«C’è una scena in cui J. Edgar ha un appuntamento galante con una ragazza. Essendo sostanzialmente un ossessivo, la porta a vedere la biblioteca del Congresso di cui lui ha inventato l’intero sistema di archiviazione. Per mostrarle come funziona le fa scegliere un argomento. Poi apre un cassetto, estrae un cartellino con la collocazione e trova il libro. Alla fine di tutto si dichiara. Ma la ragazza, che si chiama Helen, non ci sta. Helen è una per cui il lavoro viene prima di qualunque cosa: all’epoca, per una ragazza, questo voleva dire essere emancipata e coraggiosa, e infatti Edgar, che ci tiene davvero, abbassa il tiro e le chiede di diventare la sua segretaria personale. Per evitare che la situazione diventi troppo imbarazzante decidono di uscire dalla biblioteca e di farsi un giro. La telecamera è lontanissima, si vede tutta la biblioteca e loro sono piccoli come formiche. Nonostante questo, al centro dell’inquadratura c’è un dettaglio che in qualche modo attira l’attenzione: il cassetto che Edgar ha aperto un minuto prima per cercare la collocazione. Prima di uscire rimette a posto il cartellino e chiude il cassetto. Ecco. Se mi chiedi perché Clint Eastwood è un grande regista, ti rispondo che un regista mediocre avrebbe ritenuto superfluo quel particolare.»


Il debito di una vita

                               

Reinhold Messner su “Montagne” di gennaio:

«Mi sono reso conto che non ho mai ringraziato due amici cui voglio molto bene. Senza di loro niente di quello che ho fatto sarebbe stato possibile. Sto parlando del mio piede destro e del mio piede sinistro. Enzo, Valerio, piedoni grossi e ormai stanchi, fratelli con cui ho condiviso momenti drammatici e gioiosi, compagni di inenarrabili bevute e di storie raccontate davanti a un fuoco, amici cari che sopportate da sempre il mio peso… grazie.» 


Cinquant’anni fa moriva Gianvito Gargamella

                                

L’ultracentenario nato a Nizza che strinse la mano a Garibaldi e morì davanti a un flipper

di Sara Bonami

Una ruga profonda che gli taglia il viso in due parti è l’immagine che ci restituisce nella maniera più nitida il senso della vita di Gianvito Gargamella, nato a Nizza nel 1859 e morto cinquant’anni fa a Genova. Graziella Gargamella, la nipote novantacinquenne che ha ereditato le foto del vecchino più longevo degli anni Sessanta, si commuove di fronte al ritratto del nonno. Il volto di Gianvito… diviso in due come la sua vita, che ha attraversato gli anni cruciali del nostro Paese, dalle carrozze alle prime Cinquecento, con la sua proverbiale leggerezza e la sua instancabile curiosità.
«La sua casa distava centocinquanta metri da quella di Peppe [Garibaldi, ndr]. Una mattina, mentre andava in fabbrica (a quell’epoca a 8 anni già si lavorava) vide Garibaldi per strada e gli corse incontro, urlando. Garibaldi invece di cacciarlo via con un ceffone gli diede la mano e gli regalò una moneta». 
Una vita indaffarata, quella di Gianvito. Dal sostegno a Depretis all’esperienza coloniale in Eritrea; poi il trasferimento a Torino, dove venne assunto alla neonata Fiat come addetto alla pressa e dove lavorò per dieci anni, fino al 1915. Quando l’orrore della Prima Guerra Mondiale gli strappò due dei quattro figli, Gianvito decise di fuggire in Portogallo, con la famiglia, dove visse fino al 1948. Ritornato in Italia, scelse di stabilirsi a Genova. «Genova gli piaceva» racconta Graziella, «Diceva che era la giusta via di mezzo tra la Nizza della sua infanzia e l’amatissimo Portogallo». Al Molo se lo ricordano ancora. C’era chi pensava fosse un santo, per via dell’età e della straordinaria forza d’animo.
La sera in cui morì si era fatto accompagnare dal figlio Antonio, il padre di Graziella, al bar di Piazza Matteotti. Quella sera c’era un varietà natalizio con Walter Chiari e il bar era pieno. L’unico spazio libero per la sedia a rotelle era vicino al flipper e Gianvito si fece mettere spalle al televisore per poter guardare quello strano aggeggio. «Chiamava i polipetti “caramelle”» racconta Graziella, «fece cenno a mio padre di portagliene due, perché aveva la bocca secca, e quando mio padre tornò col piattino lo trovò privo di sensi, con la testa reclinata da un lato e una moneta in mano.»
Stasera, alle 21.00, le campane del duomo di Genova suoneranno per ricordarlo. 

(Questo articolo è apparso sul “Secolo XIX” di oggi)


God’s CV


Credibilità

                                   

Elvis Costello su Rollingstone

«La credibilità in musica è una questione di bpm. Abbassi i bpm e tutti ti prendono improvvisamente sul serio.»


Tifo


Spaghetti delle nostre notti insonni

    

vieni a vedere l’aglio a pezzetti
che sembrano i nostri denti 
di quando eravamo piccoli,
attenta a non farli bruciare
come i denti dei nostri tossici,
scopriamo le lattine dei nostri pelati
prima che sia troppo tardi,
stringiamoli nelle mani, finché non sanguinano
come organi interni. 

passami gli spaghetti, che sono fili scoperti,
che sono nastro isolante, che sono fili scoperti.

sediamoci a mangiare sul marmo
nei nostri appartamenti decontestualizzati,
le tue parole che partono sempre da troppo lontano, 
sembriamo i frigoriferi rotti dei supermercati, 
tutto quello che mastichiamo è già morto da giorni. 

se ci prendono fuoco gli occhi, 
sentiamoci in colpa come i vampiri.